Utero: interpretazioni morfologiche con la Riflessologia del Piede

Organo presente solo nel corpo femminile è fonte primaria di somatizzazioni. L’utero per forma e funzioni distingue la donna dall’uomo, reflessologicamente è situato a metà strada tra il malleolo interno e la tuberosità inferiore interna del calcagno. Attraverso i piedi è in grado di darci notevoli quantità di indicazioni nell’interpretazione morfologica psicosomatica.

La differenza fondamentale a livello archetipo nel rapporto utero/prostata è che la donna si è sempre identificata con il concetto di maternità, di fecondazione, di riproduzione intesa nel senso della continuità della specie. Questo aspetto ci spiega il riferimento come la madre terra o la mucca sacra dispensatrice dell’alimento latte. Uno degli elementi che caratterizza a livello fisico la differenza tra l’uomo e la donna è appunto l’apparato della riproduzione. In maniera più o meno cosciente, la donna tende a identificarsi, a livello archetipo, con l’utero.

Sono indicative le frasi usate dal femminismo militante:

«L’utero è mio e me lo gestisco io!» o «La donna è mobile…» dal Rigoletto di Verdi o «La donna è lunatica.» Frasi che nella simbologia del linguaggio si associano al principio della donna-luna, mese lunare di 28 giorni, ciclo mestruale di 28 giorni, da contrapporsi all’uomo-sole, riferimento fisso, costante.

Per la donna l’utero rappresenta un’importantissima fonte di somatizzazione e prova ne è il riscontro morfologico nell’area riflessa. Un uomo al quale sia stata asportata la prostata non manifesta nell’area riflessa corrispondente una piccola depressione, vuoto, mancanza; invece una donna che subisce un’isterectomia, asportazione dell’utero, o solamente la cauterizzazione di una piaghetta, oppure un aborto volontario o involontario, o qualsiasi altro tipo di intervento chirurgico all’utero, ha delle manifestazioni riflesse sul piede a seconda di quanto il problema abbia influito sulla sua psiche.

Dopo un aborto o un’isterectomia, appare una fossetta ben evidente nell’area riflessa dell’utero. Se tendiamo la pelle circostante fino a farla scomparire, la rivedremo apparire non appena lasceremo ridistendere la pelle.

Nei casi di piccoli interventi sull’utero sarà probabilmente di dimensioni inferiori. Mi è capitato d’incontrare donne con manifestazioni morfologiche riflesse caratteristiche di un’isterectomia, fossetta profonda, ma che in realtà dichiaravano di aver subito solo un aborto. Così come ho incontrato casi completamente opposti: persone che avevano subito un’isterectomia ma la cui fossetta era molto superficiale. Questi esempi ci spiegano come la comparsa dell’alterazione sia legata più al vissuto emotivo della persona che non all’evento in se. La catalogazione di centinaia di casi ha dato questo tipo di responso preciso e logico in cui rientrano manifestazioni di diverso tipo. In presenza di fossetta nell’area riflessa dell’utero prendiamo in considerazione:

  1. a) l’ampiezza
  2. b) la profondità
  3. c) la forma dei bordi
  1. a) L’ampiezza ci da indicazione dell’importanza dell’intervento: isterectomia, raschiamento susseguente a emorragia, asportazione di un fibroma, comunque una dimensione sicuramente più fisica.
  2. b) La profondità della fossetta ci dà la misura della sofferenza fisica che la donna ha provato con l’intervento subito.

Agli inizi dei miei studi reflessologici le persone anziane erano la maggioranza, le facevo accomodare su un lettino alto tanto quanto una sedia, che avevo progettato e che mi ero auto costruito per evitare che dovessero arrampicarsi o cadere da un lettino alto. Io seduto a terra su un tappeto, mi muovevo in continuazione, gambe incrociate, seduto sui talloni, con un ginocchio o entrambi a terra, in qualunque posizione ritenessi opportuno per avere l’inclinazione idonea delle dita delle mani rispetto ai piedi, in rapporto alle aree riflesse che stavo trattando.

Il lettino basso riduceva il disagio del doversi sdraiare, le persone anziane, chi aveva mal di schiena o altre limitazioni motorie, beneficiavano e ringraziavano di quest’attenzione. Anche il lettino che uso tutt’ora è più lungo e più largo dei così detti lettini d’ambulatorio che hanno misure antropometriche anteguerra. Al mio fianco, avevo una luce sempre accesa, con una grande lente d’ingrandimento, innestata su un braccio pieghevole con luce incorporata: mi serviva per evidenziare i particolari dei piedi, che sono stati la base dei miei studi e che hanno portato alla nascita della Riflessologia Zu.

Ora racconto alcuni eventi che hanno segnato traumaticamente e psicologicamente la mia vita di reflessologo diagnosta e probabilmente anche quelle di quelle ignare pazienti che erano venute per tutt’altri motivi e che si sentivano denudare dalle mie letture. In quell’epoca non si conosceva la riflessologia come oggi, si era veramente agli inizi.

Con il passare degli anni i ricordi si sono affievoliti, ma rileggendo i testi precedenti riaffiorano alla memoria.

Venne da me una ragazza molto giovane, non ricordo più per quale motivo, ero così preso dal mio lavoro di ricerca, da trascurare la motivazione per la quale fosse venuta. Ricordo lo stupore stampato sul suo volto, l’imbarazzo e la paura di essere stata scoperta, quando le chiesi di confermare quello che il piede indicava come manifestazione riflessa di un evento traumatico, riferibile a un aborto. Il suo fu un sì così profondamente imbarazzato e stupefatto, che imbarazzò anche me per il dolore e la sorpresa della risposta. Inaspettatamente le avevo riaperto una ferita che faticosamente tentava di tenere chiusa e non si sarebbe mai aspettata che una persona guardandole i piedi gli facesse riemergere un vissuto così doloroso.

Volle sapere come fossi riuscito a scoprire, attraverso i piedi, una sofferenza così profonda e intima di cui nessuno, al di fuori del suo ginecologo era a conoscenza. Sull’area riflessa dell’utero appariva una fossetta di piccola entità con i bordi nettamente acuti, indice di un intervento chirurgico sull’utero di lieve entità fisica, ma di grande sofferenza emozionale.

Mi raccontò che, durante un rapporto sessuale con il suo fidanzato, aveva vissuto nettamente la sensazione di essere rimasta incinta. Trepidante e con la speranza che ciò fosse solo una sua sensazione, attese l’arrivo delle mestruazioni, dopo due giorni di ritardo fece un test di gravidanza che risultò positivo. Il terzo giorno interruppe la gravidanza attraverso l’aspirazione dell’embrione. Date le minime dimensioni del feto, non soffrì assolutamente di questo micro intervento chirurgico ma, l’entità dell’azione chirurgica non era risultata altrettanto lieve per il suo trauma psichico, per cui sul piede appariva una fossetta con i bordi molto ben definiti e taglienti. Le spiegai che l’utero è per la donna una forma di archetipo identificativo, per cui tutte le manifestazioni inerenti alla nascita sono riscontrabili anche nell’area riflessa dell’utero. Ancora oggi, a rileggere quanto scritto, mi emoziono e soffro per l’inutile dolore infertole.

Oggi le mie diagnosi sono cambiate, quando vedo alterazioni dell’area riflessa dell’utero, ciò che vedo lo tengo per me, serve per una mia personale diagnosi, diventa un tassello della lettura, ma non vado più a cercare conferme dalla paziente, a meno che ciò non entri a far pare di un dialogo più ampio o comunque connesso all’argomento che sto trattando con la paziente. In quella circostanza, preso dal sacro fuoco della ricerca, che Yi Jing definirebbero “stoltezza giovanile”, non tanto per l’attitudine alla ricerca, che se non fosse stata tale non sarei qui a raccontarvi queste cose, ma per la totale mancanza di tatto nell’evidenziare eventi di cui avevo il bisogno di conferma, e che i pazienti avrebbero fatto volentieri a meno di ricordare, tanto più che in quel tempo non erano ancora così determinanti per la terapia.

In un’altra occasione, feci una rilevazione simile ad un’anziana signora più che settantenne, fece un sobbalzo sul lettino, tremolante negò un evento del genere, scambiandosi occhiate d’imbarazzo con la sorella presente, anche lei più che settantenne. Mi scusai, spiegando che mi trovavo in una fase di studio e di ricerca, per cui la mia non era un’asserzione ma una domanda per confermare o meno le osservazioni delle mie ricerca.

La settimana successiva l’anziana signora tornò per la terapia, da sola, e mi chiese scusa per avermi detto una bugia la volta precedente quando ci eravamo visti. Erano due sorelle vissute sempre insieme che non si erano mai sposate. Effettivamente cinquant’anni prima, all’età di ventiquattro anni, lei aveva avuto un rapporto sessuale con conseguente aborto, ma nessuno ne era venuto a conoscenza. Immaginate quindi il suo disagio di sentirsi scoperta, a distanza di cinquant’anni. Una persona che va da un reflessologo per un mal di schiena, considerato che allora non si sapeva nemmeno cosa fosse un reflessologo e si sente chiedere, in presenza della sorella con la quale viveva da una vita:

«Signora lei ha avuto un piccolo intervento sull’utero? Un aborto? Una piaghetta bruciata? Un piccolo fibroma?»

Dolori immolati sull’altare della ricerca: anche questa fu un’esperienza che mi segnò notevolmente. Situazione analoga, ma dai risvolti completamente opposti, è quella di una signora di mezza età alla quale chiesi se avesse subito un intervento di raschiamento: in quanto sul piede appariva una fossetta piuttosto ampia e con i bordi molto collinari, non spigolosi.

Mi rispose che aveva subito un’isterectomia, inizialmente rimasi stupito, poi compresi, data la sua età l’intervento non le aveva procurato alcun trauma a livello psicologico, lasciandola totalmente indifferente.

Infatti la sera stessa, ancora col catetere vescicale allacciato a un contenitore per le urine, con grande senso di humor aveva messo il sacchetto con le urine dentro la borsetta di pelle di coccodrillo e se ne andava passeggiando per l’ospedale a consolare le altre pazienti.

Poco tempo prima di lasciare il reparto di pediatria dell’Istituto dei Tumori di Milano, ebbi l’occasione di verificare i piedi di una dodicenne alla quale era stata praticata un’isterectomia. Ogni giorno andavo a verificare se appariva qualcosa sui suoi piedi. Non è mai apparsa alcuna alterazione riferibile all’intervento, in quanto la poverina, non avendo vissuto il menarca e le implicazioni psicologiche, non aveva somatizzato il problema.

Comunque tutte le manifestazioni sopracitate, come pure tutte le somatizzazioni, sono da differenziare, in sede di diagnosi, a seconda che si verifichino sul piede sinistro o destro.

Oggi quando parlo di utero l’associo al “Sé”, al concetto Terra e tutto ciò che gli corrisponde. Quando massaggio porto l’attenzione alle aree colorate giallo, allo strato corporeo connettivo, al percorso dei meridiani milza e stomaco.

L’apparato riproduttivo femminile con la sua mobilità fisiologica o immobilità patologica: retroversione, fibrotizzazione, alterazioni del ciclo mestruale, sono un cavallo di battaglia per l’altissima capacità di risoluzione dei problemi connessi, sempre considerando, che non diamo e non prendiamo, ma mettiamo in movimento la nostra fisiologica capacità di auto guarigione.

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